Cos’è una VPN aziendale (e perché serve)

Una VPN aziendale (Virtual Private Network) crea un canale cifrato tra un dispositivo (PC, smartphone) e la rete o i servizi dell’organizzazione. In termini pratici, serve per lavorare da remoto e accedere a risorse interne con più protezione rispetto a una connessione “aperta”. È un tassello importante per smart working, accesso a gestionali, file server e applicazioni interne.

 

La precisazione cruciale è questa: una VPN non è automaticamente sicura. Può diventare un punto d’ingresso privilegiato se mancano autenticazione forte, aggiornamenti, segmentazione e monitoraggio.

A cosa serve davvero una VPN in azienda

 

La VPN è utile quando dobbiamo proteggere il traffico su reti non fidate (casa, hotel, coworking) e quando vogliamo evitare di esporre servizi interni direttamente su Internet. In più, permette di mantenere controllo e tracciabilità sugli accessi remoti, a patto che sia configurata con criteri coerenti con il rischio.

Tipologie di VPN: Remote Access e Site-to-Site

 

Ci sono due grandi famiglie.

 

La Remote Access VPN è quella usata dagli utenti: ci si autentica e si ottiene accesso alle risorse necessarie per lavorare. Le indicazioni ENISA sul lavoro da remoto insistono sul fatto che l’accesso remoto va protetto con canali cifrati e misure robuste (come MFA e buone pratiche di gestione).

 

La Site-to-Site VPN collega reti tra sedi (es. ufficio e filiale). È adatta quando i flussi sono stabili e l’obiettivo è far comunicare due infrastrutture come se fossero un’unica rete.

Protocolli: IPsec e SSL/TLS, differenze utili

 

Quando si parla di “VPN”, spesso si confonde la funzione con la tecnologia. In realtà, cambiano protocolli e modalità.

 

IPsec è molto diffuso per collegamenti di rete (soprattutto site-to-site) e anche per accesso remoto in ambienti tradizionali. SSL/TLS è spesso più flessibile per accessi remoti e può risultare più semplice in scenari dove contano compatibilità e rapidità di adozione. Non esiste un vincitore assoluto: contano contesto, configurazione e hardening.

Sicurezza VPN: i rischi più frequenti

 

Le compromissioni VPN nascono quasi sempre da tre fattori: credenziali rubate, software non aggiornato, configurazioni permissive.

 

Quando un attaccante ottiene user e password (phishing, riuso credenziali), la VPN diventa un “telecomando”. Se il gateway non è aggiornato, le vulnerabilità note possono essere sfruttate rapidamente. Se le policy sono troppo ampie, una volta dentro si può muovere lateralmente nella rete. La guida NSA/CISA sul tema sottolinea proprio questi punti: hardening, patching tempestivo, riduzione della superficie d’attacco e uso di autenticazione forte.

Come rendere una VPN aziendale davvero sicura

 

La sicurezza efficace è una somma di scelte, non un singolo “flag”.

 

MFA: lo standard minimo

La Multi-Factor Authentication è oggi una misura essenziale: riduce drasticamente il rischio legato alle password compromesse. OWASP la considera una difesa ad alto impatto contro gli attacchi basati su credenziali.

 

Aggiornamenti e patching del gateway

Molti incidenti nascono da apparati VPN non aggiornati. La raccomandazione operativa è semplice: aggiornamenti rapidi, verificati e continui, insieme a una revisione delle funzionalità attive (meno funzioni inutili = meno superficie d’attacco).

 

Segmentazione e minimo privilegio

Una VPN non deve aprire “tutta la rete”. L’accesso va costruito per ruoli e necessità: meno visibilità, meno movimenti laterali possibili. È una misura tecnica ma anche organizzativa: si decide prima “chi deve vedere cosa”, poi si applica.

 

Sicurezza dell’endpoint (il dispositivo conta)

Se il PC da cui ci si collega è vulnerabile, la VPN può amplificare il problema. ENISA, nel perimetro del lavoro da remoto, richiama l’importanza di igiene di base del device: aggiornamenti, protezioni e comportamenti corretti.

 

Logging e rilevazione anomalie

Una VPN senza log è come una porta senza videocamera. Servono almeno: tracciamento accessi, tentativi falliti ripetuti, nuove geolocalizzazioni, orari anomali e volumi insoliti. L’obiettivo non è “spiare”, ma individuare velocemente segnali deboli di compromissione.

 

Split tunneling: utile, ma delicato

Lo split tunneling fa passare nella VPN solo il traffico verso la rete aziendale, lasciando il resto fuori. Aumenta prestazioni e riduce carico, ma introduce rischi perché il dispositivo resta contemporaneamente connesso a Internet e alla rete interna. NIST evidenzia che questa modalità può creare vulnerabilità e va valutata con attenzione.

VPN e alternative moderne: quando valutare ZTNA / Zero Trust

 

La VPN resta utile, ma in diversi casi conviene affiancare (o migrare verso) modelli Zero Trust / ZTNA, in cui l’accesso è più granulare (per applicazione) e vincolato a identità, contesto e postura del dispositivo. Non è una moda: è un modo per ridurre l’effetto “una volta dentro, sei in rete”.

Checklist rapida

  • MFA abilitata
  • gateway aggiornato e hardenizzato
  • accessi segmentati (minimo privilegio)
  • split tunneling valutato con cautela
  • logging attivo e monitorato

No. Serve a proteggere e controllare l’accesso alle risorse aziendali.

Sì: è il modo più efficace per ridurre il rischio di accessi con credenziali rubate.

Dipende dallo scenario. La sicurezza finale la determinano configurazione, hardening e gestione nel tempo.

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